Ricetta #011: La fermata dell'autobus
- selenericcio

- 20 mag 2022
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 6 dic 2023

In una delle giornate della mia vita, siedo alla fermata dell'autobus.
Un debole sole gioca a nascondino tra nuvole, tetti delle case e fronde degli alberi. Non fa caldo, nemmeno freddo. Una soffice sciarpa mi fornisce ugualmente protezione.
Non ho guardato il tabellone con gli orari degli autobus. Attendo e basta, in silenzio.
Dopo una manciata di secondi, un'anziana signora con voluminose buste della spesa prende posto al mio fianco. Nessuna interazione, nessun saluto, nemmeno un fiato. Lei intenta a pensare alle faccende della sua esistenza, io intento a pensare alle mie.
Arriva l'autobus. Numero 47.
L'anziana si alza, senza lasciare mai le sue essenziali buste della spesa, e si sporge per vedere meglio. Non è il suo. Sbuffando si risiede e risistema nuovamente le buste. Ancora silenzio.
Un altro autobus. Numero 37.
L'anziana si alza nuovamente. Accenna un sorriso quasi impercettibile. Questa volta è il suo. Dopo pochi attimi autobus e signora non sono che un lontano ricordo.
La mia attesa prosegue.
Arriva un giovane con abiti stravaganti, ma ben curati. Si appoggia al palo del tabellone degli orari con l'aria di chi ha capito tutto della vita. Mette una mano in tasca e tira fuori un pacchetto di sigarette, da cui ne prende una. La porta alla bocca e l'accende con un vecchio zippo serigrafato. Tira una bella boccata e poi butta fuori il fumo con ostentata convinzione. In lontananza, però, pare stia arrivando un autobus. Deve essere il suo perché, con un'espressione accigliata, butta la sigaretta a terra e la spegne frettolosamente con un piede. Poco dopo è già stato inghiottito dall'autobus numero 6.
Quando arriva l'ora di punta, parecchie persone affollano la fermata. Anziani con svariate imprese quotidiane da portare a termine, uomini d'affari che per qualche ragione (anche se a malincuore) sono costretti a servirsi dei mezzi pubblici per i loro spostamenti, mamme con bambini urlanti e chiassosi, ragazzi e ragazze con immancabili cuffiette per isolarsi da un mondo che non li comprende.
Ed ecco l'autobus numero 60. E ora il 21. E di nuovo il 37. E adesso il 4.
Due passeggeri che salgono, cinque che scendono. Uno che sbaglia fermata, un altro che sale guardingo poiché senza biglietto. Tre ragazzini che salgono di corsa per poi scendere, altrettanto di corsa, dalla porta posteriore, solo per dimostrare al mondo di essere in grado di farlo. E poi un signore con il cappello, che sale talmente lentamente da farsi incitare dal burbero autista dell'autobus numero 13.
Per tutta la giornata è un susseguirsi di volti e figure. Chi da solo, chi in compagnia, ma tutti completamente presi dalle proprie vite e dai propri pensieri.
Nessuna interazione, se non strettamente necessaria, con le vite degli altri.
E quando la giornata volge al termine, mi alzo e, così come sono arrivato alla fermata, me ne torno a casa, a piedi. Non abito distante dalla “mia” fermata.
Mi piace chiamarla così.
E il giorno dopo, puntuale, sono nuovamente là, in attesa.
Ed ecco la signora con le buste della spesa, il giovane dai vestiti stravaganti, la donna con i bambini urlanti e chiassosi. Ogni giorno personaggi conosciuti, ma anche nuove comparse, come il poliziotto cicciottello con i baffi o le due vecchine minute e sorridenti che si raccontano chissà quali grandi avventure vissute.
E poi gli autobus: il 37 sempre puntuale, il 4, il 21, il 13 con l'autista burbero, il 60...
E infine, dopo tutto questo, ci sono io. Io che attendo silenzioso, all'apparenza senza una vera motivazione o uno scopo. Eppure, anche io attendo l'autobus come tutti gli altri passeggeri. Solo che, a differenza loro, il mio autobus non arriva mai.
Ogni giorno mi ripeto che quello sarà il giorno in cui salirò sull'autobus, il “mio” autobus. Il giorno in cui finalmente la vita mi darà l'opportunità che sto aspettando da sempre. Il giorno in cui potrò finalmente iniziare una nuova strabiliante avventura. Il giorno in cui potrò essere finalmente felice.
E quindi attendo, imperterrito e fiducioso. So che il mio autobus arriverà, prima o poi.
Talvolta, mi soffermo a guardare gli altri passeggeri e a chiedermi se l'autobus che stanno aspettando sia davvero quello giusto per loro, o se si stiano accontentando di prenderne uno che li porti solamente vicino alla loro meta finale. Mi chiedo se la signora con le buste dovrà fare ancora molta strada con quel peso dopo essere scesa alla sua fermata, se il giovane con i vestiti stravaganti avrà davvero capito tutto della vita come cerca di far credere, se i due bambini chiassosi e urlanti prima o poi cresceranno e smetteranno di dare il tormento alla loro povera madre. Mi pongo domande che probabilmente non avranno mai risposta. E, nel mentre, attendo.
Passano i volti, passano gli autobus, passano i giorni e... passano gli anni.
Ormai sono vecchio. Non mi pongo più domande sulle vite altrui, solo sulla mia.
Mi chiedo continuamente se ho fatto bene ad attendere così a lungo un autobus che non è mai passato, mentre la vita mi scivolava letteralmente via dalle dita. E mi chiedo come posso rimediare ora che le mie dita sono troppo vecchie e stanche per poterla riafferrare. Ma non trovo risposte.
Quel giorno mi dirigo a malavoglia alla “mia” solita fermata dell'autobus.
Un enorme cartellone pubblicitario a LED, che spara a ripetizione immagini di dubbio gusto, ha rimpiazzato i bei vecchi totem pubblicitari di un tempo.
Nuovi passeggeri affollano lo stallo della fermata. Sono quasi tutti muniti di cuffiette, tablet e smartphone. Sempre più connessi, sempre più soli. Nessun riguardo per il prossimo, nessuna interazione, in un perenne isolamento emotivo.
Ed ecco arrivare gli autobus, anche loro completamente rinnovati: più performanti, più belli e, ovviamente, più ecologici. E c'è chi sale, chi scende, chi ha sbagliato fermata, e via dicendo. Sempre tutto uguale, ordinario, monotono... e senz'anima.
Ma quel giorno qualcosa di diverso in realtà c'è. Non sono i soliti passeggeri e non sono i soliti autobus. Sono io ad essere diverso.
Mi sono stufato di attendere qualcosa che non arriverà mai.
Alzo gli occhi al cielo e, per la prima volta nella mia vita, mi rivolgo a un'entità imprecisata, facendo una richiesta quasi banale: un segno. Un qualcosa che mi faccia capire che devo salire su un maledetto autobus, qualsiasi autobus, anche uno a caso. Perché ho bisogno di salire su un autobus. Ho atteso troppo a lungo.
Ma i passeggeri continuano a susseguirsi, così come gli autobus, e nessun segno a mio favore. Tutto estremante ordinario, tutto estremamente prevedibile.
L'anziano qualunque che farà fatica a salire e l'autista che lo inciterà, nuovi bambini urlanti che infastidiranno la loro madre, giovani che si sentiranno padroni del mondo anche se in realtà non lo sono e così via...
Poi, però, succede. Come un fulmine a ciel sereno, ecco il "qualcosa all'infuori dell'ordinario": allo spalancare delle porte dell'ordinario autobus numero 37, leggermente in ritardo quel giorno, una minuscola scintilla di luce rimbalza sui gradini.
Non riesco a capire di cosa si tratti, ma cade a terra e rotola velocemente nella mia direzione. All'inizio non comprendo nemmeno se sia reale o se sia solo frutto della mia immaginazione, ma più si avvicina e più diventa nitida. Sembra una minuscola pallina luminosa. Infine si ferma, contro il mio piede. Allungo la mano. L'afferro.
E' concreta e reale. E' una piccola biglia colorata. La luce si riflette al suo interno facendola quasi sembrare luminosa. La osservo estasiato, come se tenessi in mano la più grande rivelazione della mia esistenza.
Poi la magia si interrompe. Vedo un'ombra davanti a me. Alzo il viso. Un bimbo con i riccioli rossi e molteplici lentiggini mi sta fissando. Mi chiedo cosa voglia da me e poi mi ricordo della biglia che stringo tra le dita. Gliela porgo con un sorriso.
Lui la prende, mi osserva per un attimo e, infine, me la riconsegna. Non dice una parola, ma mi sorride a sua volta. Capisco che me la sta regalando, anche se ignoro totalmente il motivo.
Dopo un attimo, anche quell'unica e straordinaria interazione è già un ricordo.
Il bimbo è tornato tra le braccia della madre ed entrambi sono saliti su un altro autobus, diretti chissà dove.
Io guardo ancora per un attimo quella piccola biglia colorata, poi la infilo nel taschino della mia giacca, vicino al cuore, e mi alzo. Il prossimo autobus sarà il mio.
Sono finalmente pronto.
Mi sento spaventato ed emozionato allo stesso tempo e mi chiedo se sarà davvero valsa la pena di attendere così tanto prima di decidermi.
Dopo una manciata di minuti, interminabili, ecco in lontananza l'autobus. L'eccitazione prende il sopravvento. Sarà il 21? O il 13? O il 60?
Si avvicina sempre di più. Mi sporgo, per cercare di leggere il numero, ma la mia vista non è più acuta come un tempo e non riesco a vedere bene. E' quasi arrivato. Manca così poco.
E poi eccolo, finalmente. Aguzzo la vista e leggo...
L'autobus si ferma e spalanca le porte. L'eccitazione iniziale si è spenta.
E' rimasta solo la paura e un pizzico di tristezza, mista a rammarico. Non avrei mai pensato di dover salire proprio su quell'autobus. Ma non ho altra scelta.
Faccio un respiro profondo e salgo. Le porte si chiudono, l'autobus parte.
E se mai fosse rimasto anche un solo passeggero allo stallo della “mia” fermata, avrebbe potuto leggere a chiare lettere la scritta: “Deposito”.
***NdA: Questo racconto è stato scelto e pubblicato nell'antologia "Racconti dal Piemonte 2022" edita da Historica Edizioni, in seguito a partecipazione al Concorso Letterario promosso dalla Casa Editrice stessa nei mesi di Marzo-Aprile 2022.
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